Bullismo: le emozioni del mettersi in gioco
Dott. Oliviero FACCHINETTI - www.bullismo.it - www.facchinetti.net
Si riportano di seguito una lista di
considerazioni personali, senza nessuna pretesa di originalità o di esaustività ...
.... solo per il desiderio di condividerle :-)
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Il bullismo si manifesta in varie forme e con diverso grado di intensità, di gravità e di visibilità.
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E' possibile cogliere segnali e indici di gravità e
di rischio fin dai primi anni della scuola primaria (e della scuola
dell'infanzia), attraverso una
attenta valutazione delle modalità in cui vengono agiti i
comportamenti
di prepotenza fisica, verbale o indiretta e del grado di contatto
emotivo (e di conseguente capacità empatica e di impegno morale)
manifestato dagli alunni attori di prepotenza; in misura minore si
possono cogliere i segnali e gli indici di coloro che tendono ad essere
imbrigliati nel ruolo di
vittima.
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Anche nelle situazioni maggiormente a rischio o compromesse sul
versante delle caratteristiche individuali, si possono ottenere
considerevoli risultati positivi se si interviene per tempo e in ogni
caso le potenzialità di
cambiamento e di evoluzione positiva sono fortemente dipendenti dal
grado di coinvolgimento attivo e guidato del gruppo classe che si
riesce ad ottenere. Infatti, per quanto giochino un ruolo anche le caratteristiche di personalità
dei soggetti coinvolti, il bullismo è sostanzialmente un fenomeno
sociale ed un attento e mirato coinvolgimento delle risorse gruppali permette di ottenere risultati migliori e duraturi.
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Nelle sue forme più gravi o persistenti nel tempo il
bullismo investe fondamentalmente le emozioni di ostilità, di
rabbia, di violenza, gli atteggiamenti di dominio nel gruppo; in chi agisce prepotenza la
ricerca di identità e di legame affettivo non può
(per varie ragioni) avvenire con modalità propositive, ma avviene attraverso la
prevaricazione.
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Gli interventi a carattere essenzialmente cognitivo-educativo
svolgono una importante funzione sul versante della prevenzione
primaria, ma, fondandosi solitamente sulla promozione di comportamenti
propositivi e di aiuto reciproco, rischiano di non incidere a
livello profondo sugli atteggiamenti e i comportamenti che originano da
emozioni fortemente ostili.
- Ogni percorso necessariamente va adeguato alla fase evolutiva del
gruppo, per cui un intervento in prima o
seconda elementare è molto diverso da uno in terza, che a
sua volta si differenzia da uno in quarta o in quinta. Non tanto per le
caratteristiche intrinseche del fenomeno, quanto per le
modalità di espressione comportamentale e per le capacità
di effettiva comprensione e collaborazione da parte degli alunni. Per
quanto riguarda le classi di scuola media inferiore, si è spesso
potuto constatare che gli interventi nelle prime possono essere anche
molto conflittuali e carichi di negatività verso l'esperto,
soprattutto in classi con forti tensioni tra alunni o considerevoli
problemi nel comportamento disciplinare. Qualora si intervenga con
fermezza, decisione, costanza e chiarezza emotiva, spesso il clima di
classe migliora in parte già nella seconda media (età
caratterizzata dalla piena preadolescenza e da frequenti comportamenti
di ribellione), per giungere a cogliere i frutti maturi del lavoro
nella terza, con relazioni tra pari caratterizzate dalla
capacità di comunicare in modo propositivo e di mediare nei conflitti.
Diversamente, laddove l'intervento nelle prime classi non si
svolga con
completezza (per interruzione del percorso nelle fasi di maggiore
resistenza e negatività da parte della classe, per scarsa
collaborazione o contrapposizone dei genitori, per disinteresse dei
docenti, ecc.), la tendenziale evoluzione "spontanea" delle classi
che presentano alta conflittualità interna e scarso
autocontrollo nei comportamenti di disturbo, va nella direzione
di un aumento dei conflitti e delle
difficoltà di gestione dei comportamenti in classe.
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I bambini, le bambine, le ragazze ed i ragazzi mostrano con una certa precocità di
avere conoscenze
e capacità di razionalizzazione in merito ai rapporti sociali,
alla comprensione dei significati dei comportamenti, alcune volte anche
nel saper leggere razionalmente l'emozione dell'altro; sono spesso meno attrezzati
nella
capacità di contatto emotivo profondo (prerequisito di una vera
e non superficiale comprensione empatica e compartecipazione allo stato
d'animo dell'altro), nel "saper stare" nella situazione emotiva e
gruppale del momento, nel manifestare l'aggressività nella sua
valenza originaria di "andare verso" (troppo spesso invece sostituita dalla rabbia
pervasiva), nel sapersi appoggiare all'adulto significativo e poter
ricavare da questa relazione il necessario supporto, le conoscenze e le
competenze sociali adeguate a districarsi nei rapporti interpersonali.
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Ci si imbatte con sempre maggiore frequenza in bambini e ragazzi
"grandi" nella mente, nella capacità di
gestire i rapporti di forza e di potere, nel saper manipolare le
relazioni con coetanei e adulti, nell'evitare il contatto e le minime
forme di responsabilità verso i propri comportamenti, ed al
tempo stesso
estremamente "piccoli" nel fidarsi dell'adulto, nell'appoggiarsi nei
momenti di difficoltà, nel ricercare la tenerezza nel rapporto
con i compagni, nel saper giocare per divertirsi con calore e gioia
(troppo spesso impegnati nell'imitare programmi televisivi improntati
alla lotta per la sopraffazione fisica o psicologica), nel sapersi
concentrare su un compito, nel sapersi dedicare ad una attività
che non dia un risultato immediato, nel saper stare in mezzo agli altri
guardando
ed aspettando.
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Operare per una effettiva riduzione del bullismo significa
attuare con paziente costanza interventi di lunga durata, complessi e mirati a
tutti i livelli dell'esperienza soggettiva (cognitivo, emotivo,
affettivo, socio
relazionale, ecc.). Risolvere propositivamente i conflitti sociali
comporta il saper affrontare
anche (pur se non solo) le emozioni di rabbia, di tristezza, di
solitudine, il senso di incapacità, il senso di
fallimento; significa affrontarle condividendole con i bambini ed
i ragazzi, non
tanto e non solo discuterne razionalmente, ma sentirle insieme, per
poterli accompagnare, in una specie di tutoraggio indiretto, in
un percorso che li renda capaci di tollerarle, di viverle
pienamente, di esprimerle in modi propositivi, senza rinunciare ad
esprimere la propria individualità, ma trovando i necessari
compromessi tra le proprie esigenze e quelle degli altri.
- La netta impressione che si ricava quando si interagisce
con le classi è che, a fronte di una precocizzazione di comportamenti
di pseudo-autonomia, i
bambini
ed i ragazzi abbiano molto bisogno della presenza di un adulto che
dimostri estrema chiarezza nella relazione, in cui l'emotività
correlata alla situazione del momento possa essere chiaramente letta e
decodificata, anche
quando riguarda emozioni di contrapposizione o di contrasto. Sembra di
vivere in un periodo ricco di capacità di osservazione dei
comportamenti, ma troppo spesso povero di capacità di condividere l'emozione profonda con l'altro, di sentire le proprie sensazioni ed i sottili movimenti affettivi e fisiologici del
contatto emotivo. Solo quando si sciolgono gli atteggiamenti difensivi
riappaiono le profonde emozioni infantili in cui trovano spazio e
pienezza espressiva la tenerezza, l'affidarsi, il piacere della
dipendenza e dell'essere accuditi, la forza dell'aggressività
affermativa, il piacere della gioia del giocare con gli altri.
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27.11.2006
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