ANDARE - VERSO: DAL DESIDERIO ALL'AGGRESSIVITÀ
Dott. Oliviero FACCHINETTI - Psicologo psicoterapeuta
L'aggressività naturale e la rabbia (reazione alla
frustrazione) sono emozioni spesso fraintese, inibite e represse
nel bambino e
nell'adulto; ciò favorisce la loro trasformazione in rancore o violenza.
I termini AGGRESSIVITÀ, RABBIA e VIOLENZA vengono
spesso usati come sinonimi, per descrivere comportamenti di sopraffazione,
giudicati negativamente e condannati; questa semplificazione di significati è
dovuta anche al fatto che frequentemente la persona non distingue chiaramente
questi affetti dentro di sé, ma li vive come un'unica manifestazione
emotiva.
In certe condizioni infatti l'aggressività può
trasformarsi in rabbia e la rabbia in violenza e quando nella persona queste
trasformazioni diventano automatismi inconsapevoli anche i sentimenti si
confondono e perdono il loro significato profondo ed originario.
La parola AGGRESSIVITÀ deriva dal latino «ad-gredior»
che letteralmente significa
"andare verso". Nel suo
significato originario essa sta a rappresentare un movimento verso qualcosa o
qualcuno; la sua funzione è quindi quella di muovere la persona verso una
meta, un oggetto, un'altra persona, ecc. Alla base di ogni "movimento verso",
quindi di ogni aggressione, c'è un bisogno o un desiderio da soddisfare e
nei rapporti interpersonali l'aggressività è l'emozione-movimento
che ci permette di prendere le cose e gli affetti di cui necessitiamo per il
nostro benessere.
La capacità di aggredire l'ambiente è
fondamentale anche per la costruzione dell'identità e della sicurezza
interiore, in quanto il nucleo portante della nostra identità si
costituisce nei primi anni di vita nella relazione con l'ambiente ed il senso
profondo di sicurezza, forza e integrità si consolida nel saper chiedere
e prendere ciò di cui abbiamo bisogno.
Il neonato ed il bambino manifestano in modo esplicito
l'aggressività e la rabbia e di fronte a questi comportamenti spesso noi
adulti rimaniamo un po' sconcertati o stupiti, proviamo imbarazzo, invidia,
paura, ecc.; questo perché non siamo più capaci di esprimere in
modo diretto e chiaro le emozioni, ed ancor meno l'aggressività
finalizzata alla soddisfazione dei bisogni (siano essi fame, desiderio di essere
abbracciati, prendere il genitore o la persona amata, prendere un gioco o
altro).
Siamo troppo spesso abituati a confonderla con la
prevaricazione, con il prendere per competere ed avere più dell'altro,
prendere per mostrare piuttosto che per soddisfare bisogni profondi, persi in
quella dimensione esistenziale assai diffusa nella nostra società in cui
l'avere è confuso o considerato sinonimo dell'essere. Nel tentativo di
contenere la violenza, la nostra cultura male accetta anche l'aggressività
e fin da piccoli impariamo a reprimerla, inibirla o mascherarla; ma l'inibizione
dell'aggressività porta alla rabbia (che è l'emozione suscitata
dalla frustrazione o dalla proibizione) e la repressione della rabbia (perché
considerata ancor più 'pericolosa' dell'aggressività), oltre che
portare ad una inibizione anche dell'aggressività stessa porta a rancore
(un misto di rabbia trattenuta e di paura), chiusura e spesso alla violenza (da
violare = offendere, danneggiare,....).
ESPRESSIONE
O
REPRESSIONE
Le emozioni possono esprimersi (o non esprimersi) con una
gamma di modalità: ad un estremo vi è l'espressione diretta (per
es. il bambino che afferra un gioco con forza e decisione e se lo porta alla
bocca), all'altro c'è la rimozione, vale a dire il blocco totale e la
scomparsa di quel comportamento o atteggiamento indipendentemente dalla
situazione relazionale (ad es. il bambino che non prende mai, ma aspetta
rassegnato ed implorante che l'adulto gli dia ciò che desidera). Nel
mezzo ci sono le varie possibilità di espressione indiretta dell'emozione
(ad es. sono arrabbiato con te per un motivo preciso e mi lamento che sto male
invece di esprimere la mia rabbia apertamente, perché ho paura di perdere
il tuo affetto).
La repressione (intesa come non accettazione)
dell'aggressività e la conseguente frustrazione dei bisogni sono quindi
tra le principali cause dell'insorgere della rabbia. Anche questa emozione è
espressa fin molto presto dal neonato urlando e dimenandosi, quando ad esempio
non riceve il latte entro il suo tempo di tolleranza dell'attesa (che varia ed
aumenta con i giorni e i mesi) o quando, più grande, gli viene tolto un
gioco o impedito di fare qualcosa a cui tiene molto.
VERSO
L'ESTERNO
O
CONTRO
IL
SÉ
Rabbia e violenza possono esprimersi in comportamenti verso
l'esterno o, a certe condizioni, essere rivolte contro se stessi. Contro se
stessi le ritroviamo ad esempio nella depressione, in alcuni disturbi
psicosomatici (quali ad es. gastrite, ulcera, alcuni dolori muscolari a braccia
e spalle, ecc.) e, non ultimo, nel cancro, malattia che molte ricerche hanno
mostrato essere più diffusa in persone che non esprimono mai
l'aggressività e la rabbia piuttosto che in quelle che lo fanno (ciò
non significa ovviamente che questa sia la causa del cancro, né che
arrabbiandosi apertamente si possa guarire da questa malattia, ma che le modalità
espressive di questa emozione rivestono una componente importante).
La violenza rivolta all'esterno la ritroviamo in tante
manifestazioni e comportamenti purtroppo sempre di attualità. A
dimostrazione della continuità tra il funzionamento del singolo individuo
e la dimensione sociale, vorrei citare Arun Gandhi (nipote di Gandhi, maestro
della 'non-violenza'): "L'unica strada per aiutare gli uomini a superare la
violenza è di insegnare loro come 'incanalare' la rabbia. Mio nonno
diceva sempre che la rabbia è come l'energia elettrica: usata male
uccide, usata bene è il motore che aziona mille cose". Come già
affermato nell'articolo
«Emozioni e
benessere», il problema non è se l'aggressività e la
rabbia vadano giudicate positive o negative, ma se possono venir provate ed
espresse in quelle situazioni in cui insorgono e sono opportune e necessarie.
L'aggressività nel senso di andare verso è quindi da considerarsi
'positiva', se con 'positivo' intendiamo avere una finalità costruttiva
(quindi di incontro) nella relazione; ciò vale anche per la rabbia
'adeguata' alla situazione, come aggressività forte per far fronte a
limitazioni o impedimenti ingiustificati.
Va inoltre ricordato che la rabbia, quando impedita
nell'espressione, trattenuta ed accumulata, finisce con l'esprimersi in contesti
diversi da quelli in cui è insorta, o verso la persona che non è
all'origine della frustrazione (la situazione del padre che viene maltrattato
sul lavoro e a casa si sfoga sui figli, anche se ormai entrata nelle
barzellette, non è poi così lontana dalla realtà); in
questi casi diventa 'negativa', nel senso che non è più
finalizzata a costruire qualcosa, ma è rivolta 'contro', costituendo a
volte il primo gradino della distruttività e della violenza.
In conclusione e semplificando molto, si può
affermare che l'espressione dell'aggressività permette di prendere, di
essere forti e di esprimerlo, di farsi spazio nella vita affrontando le
difficoltà e gli impedimenti; la rabbia permette di affrontare e
risolvere situazioni di sopruso, ecc.. La repressione dell'aggressività e
della rabbia porta a riduzione della capacità di prendere, contribuisce
al cronicizzarsi dello stress ed al ripiegamento su se stessi, con il
conseguente accumulo di rancore, odio e talvolta violenza.
05.10.1998 - www.bullismo.it - www.facchinetti.net
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